venerdì, febbraio 29, 2008 16:43
le persone, l'amore e la bellezza
in self, 2penny-anthropology, métaphysique
al di là della bellezza puramente estetica esiste una bellezza strana, indefinibile, che è semplicemente sentimentale. al contrario della prima, totalmente inutile, la seconda è utile, in un certo senso.
ci riflettevo ieri, perchè avevo appena comprato uno strano testo di John Donne sulla giustificazione del suicidio e sua possibilità morale anche da un punto di vista cattolico. avevo comprato questo strano libro e non ero pienamente convinta del valore della sua casa editrice, e come riprova di questa mia sensazione, mi era sembrato di trovare una traduzione di una massima latina molto ma molto libera, anzi proprio pessima
perciò, trovandomi con altre due colleghe nella cosiddetta aula magna, praticamente deserta, mi ero avvicinata a loro con aria depressa. una di loro ha letto il titolo del mio libro e ha detto qualche parola sul suicidio. ha detto che secondo lei il suicidio era impensabile, perchè la vita sorprende continuamente. e al di là delle cose che nel lavoro, nell'amicizia, e nell'amore (esattamente le categorie dell'oroscopo :D), ogni giorno ha senso nel momento in cui riusciamo, anche per pochissimo, a comunicare qualcosa, a donare qualcosa di noi agli altri. diceva che una cosa banale come fermarsi con la macchina per fare passare qualcuno che poi per ringraziarti sorride è una di quelle cose che, con quasi nulla, riesce a darti una piccola, inspiegabile soddisfazione. quello è un esempio delle piccole cose belle della vita.
sono spesso tragica nel parlare del mondo, delle cose, dei sentimenti, e delle persone. e sono secoli che nessun ragazzo mi stupisce più di tanto. chi in qualche mese, chi in qualche settimana, mi dà qualche impercettibile informazione su di lui che mi fa ricredere sulla sua persona. e mi fa venire la nausea. o comunque la voglia di prendere le distanze da lui. non riesco, e non solo con i ragazzi, ma in genere, con tutti, a non prendere le distanze e a non ridimensionare tutte le persone che conosco. sono poche le persone che non confino nella pochezza. è brutto dirlo, ma è così. quasi tutti risultano ai miei occhi impelagati in un limite che è immanente a loro stessi e che non supereranno mai. anche io spesso mi vedo così ed è una sensazione veramente pessima, anzi no, malinconica.
se rifletto mi sembra che ogni cosa sia solo dettata dalla necessità fisica che il nostro corpo o la nostra mente ci impone. mi sembra che blateriamo le nostre quotidianità agli altri senza smettere mai di riempire il silenzio per cercare di figurarci davanti agli occhi veritablement, senza specchi ed intermediari, creandoci noi-per-noi. mi sembra che l'amore sia la medicina che andiamo a comprare in farmacia quando ci sembra opportuno assumerla. mi sembra che l'amore sia una cosa che cerchiamo per completare ciò che da soli non sappiamo completare, e non perchè non sappiamo, ma perchè proprio neanche ci proviamo. mi sembra che l'amore sia uno scambio reciproco di illusioni necessarie a vivere. mi sembra che l'amore sia la costruzione su misura di due persone, in realtà fittizie, che reciprocamente si infastidiscono o si rendono felici. mi sembra di essere diventata una ragazza molto acida, ipocrita e vergognosamente disillusa, che tenta però puntualmente di illudersi e normalizzarsi.
mi dispiace così tanto ogni volta constatare di conoscere ragazzi che mi deludono. mi dispiace così tanto quando i ragazzi mi deludono. non parlo di ragazze perchè almeno qualche amica ce l'ho e rimane sempre quella, che conosco, che apprezzo, che mi da fastidio, e a cui voglio un bene dell'anima. mi dispiace così tanto constatare che in una società che si considera post-moderna le uniche due categorie di persone che si possono amare legalmente siano di sesso diverso. mi dispiace così tanto constatare che non potrò mai amare chi voglio. un po' perchè i ragazzi mi deludono (qualcuno diverso magari l'ho conosciuto e lo conosco. ma neanche sa che esisto a momenti.) e perchè le ragazze aspettano tutte il principe azzurro che regalerà loro dei bambini, un anello bellissimo e un lento molto sdolcinato.
so che le cose non stanno così, ma sono davvero troppo amareggiata per pensare diversamente, e necessito esclusivamente di fare dei distinguo chiari, non sicuramente di allargarmi ad analizzare sociologicamente e psicologicamente cose che neanche so particolarmente bene.
eppure ho voglia ancora di fotografare, e non solo astrattamente come mi piace molto fare, quindi ricreando un mio piccolo mondo in laboratorio, ma anche uscendo tra virgolette allo scoperto nel mondo, e di osservare le persone attentamente mentre vivono.
ieri ho capito che mi piace il mondo con la sua silenziosa bellezza. le persone con la loro bellezza innata. con le loro storie e le loro piccole-grandi-semplici-complesse-normali-strane vite. mi piacciono, mi piace fotografare tante di quelle cose.
ma l'amore non è bellezza intrinseca. è pura bellezza, e non so dove trovarla, nè se esista.
Niente sembra fatto su misura per me.
Nessuno.
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mercoledì, febbraio 27, 2008 00:07
estraniamento
in métaphysique
alle volte mi capita di dimenticare persino il mio nome. e non perchè innamorata o invischiata in qualche sentimento pseudometafisico, come ama dire molto romanticamente riccardo.
dimentico il mio nome e chi sono. attorno a me si crea una sensazione di terpore vuoto. ma non è il vuoto letterario, il vuoto filosofico, è un vuoto tangibile, palpabile, paradossalmente. percepibile appena fuori dai confini fisici del mio corpo.
percepisco solo il mio corpo.
dopo un iniziale spaesamento che annulla ogni ricordo anche superficiale della costruzione della persona sul mio corpo mortale, comincio a vedere me dal di fuori.
sembro a me stessa un'estranea. ma non un'estranea emotivamente, moralmente, caratterialmente. semplicemente un'estranea. un essere altro rispetto all'incorporeita' del mio io. vedo l'estranea e mi domando chi sia.
poi percepisco di essere me.
e allora tutto e' chiaro. riacquisto i primi dati sensibili sulla persona attaccata al corpo, come il nome, l'occupazione nella vita, la voce, la famiglia. e mi domando come sia possibile la percezione di me stessa a me stessa mentre sono me stessa. come si faccia ad essere presenti a se stessi. come sia materializzabile un io in un caso.
comincio a tormentarmi con il caso. qual e' il criterio per tutti questi casi genetici, antropologici, sociali, psicologici, si siano tutti attaccati su di me senza possibilità di replica? cos'era all'inizio del caso il mondo? cosa genera il caso?
e' una cosa che mi succede da quando ero piccola. solo stasera sono riuscita a scriverne. ed e' un fenomeno stranissimo.
che la percezione del nostro corpo, vuoto emotivamente e caratterizzante sia la prima forma di percezione in assoluto? forse all'inizio del tutto c'e' stata una percezione? come avviene tutto questo?
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mercoledì, febbraio 20, 2008 03:23
shake the disease
in quotes
Im not going down on my knees, begging you to adore me
Cant you see its misery, and torture for me when Im misunderstood
Try as hard as you can, Ive tried as hard as I could to make you see how important it is for me
Here is a plea from my heart to you
Nobody knows me as well as you do
You know how hard it is for me
To shake the disease that takes hold of my tongue in situations like these
Understand me
Understand me
Understand me
. . . ..
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